Intervista a Riccardo Felicetti: «La tradizione è un'innovazione andata a buon fine» | LaBrigata.Net

Intervista a Riccardo Felicetti: «La tradizione è un’innovazione andata a buon fine»

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Un carattere discreto, un modo di rapportarsi agli altri rispettoso ed educato come nei vecchi film degli anni ‘60. Uno sguardo che unisce le rigidità della sua terra – il Trentino – e la bontà di un padre premuroso. Poco tempo a disposizione, tante parole e una grande piacevolezza nell’ascoltare quello che Riccardo Felicetti, patron dell’omonimo Pastificio, ha da raccontare della sua vita di imprenditore, di amante del buon cibo e di “uomo qualunque”, ricco di aneddoti, passioni e interessanti punti di vista sulla società italiana.

 

Buongiorno Riccardo! Tu sei un imprenditore di successo, dotato di un carisma ed una esperienza davvero importante. Hai girato l’Italia e il mondo per almeno due decenni. Cosa ci dici del nostro amato Paese? Qual è lo stato dell’arte della nostra società imprenditoriale ed umana?

Amo l’Italia. Amo la passione che popola e rende brulicante il nostro Paese. Meno come stanno andando genericamente le cose, soprattutto per la nuova generazione. L’Italia necessita della volontà di fare per migliorare le cose. Di non farsi più stravolgere dalla tradizione del lamento, dell’immobilismo fine a sé stesso. Di attendere fermi ciò che potremmo fare da soli. In Italia c’è sempre maggiore necessità di esempi corretti da seguire. E smettere di fare troppe chiacchiere non badando ai fatti.

 

 

Come hai sviluppato il tuo concetto di azienda?

Provengo da una famiglia di folli che ha deciso di produrre pastasciutta lontano da campi di grano o da porti, luogo in cui si era soliti stoccare il grano duro nel secolo scorso, ma vicino all’acqua buona. E che ha sempre avuto un modo di vedere la realtà molto particolare: mio padre mi ha insegnato a prendere in esame solo la “verità”. Questo mi ha consentito di vedere la mia azienda in modo asettico e di realizzare del marketing reale, privo di argomenti fittizi. Ad inizio anni ‘90 sono stato due anni a lavorare in Germania presso altre aziende, per vedere come lavoravano gli altri. Per prendere le distanze da casa. Questa è stata la base per poi compiere scelte e avventurarmi in diverse strade imprenditoriali, ampliando di volta in volta il mio punto di vista, grazie ad un confronto – e a volte scontro – con i miei colleghi e collaboratori. Chi ha il mio ruolo deve osare nelle scelte e rispettare come prima cosa i propri dipendenti e collaboratori. Anche fosse a discapito del profitto.

 

Come vedi la situazione imprenditoriale italiana?

La voglia di imprenditorialità italiana è stata fortemente indebolita ma non si è mai davvero assopita anche se l’azienda italiana è uccisa ogni giorno dagli stereotipi e dalla cattiva informazione in cui ci si imbatte on line. Gli stereotipi! Ragazzi…fuggitene! «La grande industria è una disgrazia», «Gli imprenditori speculano senza distinzioni sulla pelle dei lavoratori». Potrei citare altri mille luoghi comuni. Ma queste affermazioni sono “disinformazione”. Bisogna recuperare la voglia di studiare, di approfondire i concetti e di valutare di volta in volta la realtà che si sta prendendo in esame. Il rischio altrimenti è di “volgarizzare” i toni della discussione e invece di risolvere i problemi si generano fraintendimenti e falsi miti. Detto questo ci sono certamente realtà imprenditoriali non sane. Ma bisogna conoscere prima di giudicare.

 

Qual è il tuo rapporto con il Trentino? Non intendo Alto Adige ma propriamente Trentino…

Il Trentino è casa mia. E anche l’esempio di come il socialismo reale non sia del tutto terminato. Tempo fa l’economia florida della regione è stata volontariamente assopita dalla cattiva gestione politica e le risorse sono state spartite a piacimento di pochi. Dalla metà degli anni ‘80 il turismo è cresciuto esponenzialmente. Ma in pochi hanno capito le necessità di questi turisti, differentemente dall’Alto Adige. Quindi sono cresciute le presenze ma non le innovazioni e le trasformazioni necessarie. Ora si vive benissimo in queste zone ma c’è necessità di un salto di qualità, di evitare di “dormire sugli allori”.

 

E a livello gastronomico…se la cava il Trentino a tuo giudizio?

Direi di sì. Nonostante raccolga meno premi di settore rispetto ad altre aree italiane. La cosa divertente è che spesso sento dire che i ristoranti migliori sono quelli che rispettano la tradizione. Ma in Italia la tradizione è un concetto complicato e di origini lontane. La tradizione è quello che è nella testa dell’avventore, non dello chef. E da noi, inoltre, non è abitudine comune spendere molti soldi per mangiare fuori casa. Nonostante questo anche in Trentino osservo un interesse sempre più crescente per la cucina e per tutte le sue declinazioni e questo non può che fare del bene al nostro territorio.  

 

«Avanguardia o morte!» dice qualche illustre chef. E secondo il tuo pensiero è possibile fare avanguardia con la pastasciutta?

Sinceramente? Non saprei. O meglio è una risposta che esula dalle mie competenze. Le cito per comodità una canzone che credo rispecchi il mio pensiero. «Le regole non esistono, esistono solo eccezioni».

E all’estero? Qualcuno inizia a sostenere che a breve loro saranno più bravi di noi ad utilizzare la pastasciutta. Concetto che fino a solo 20 anni fa era impensabile. Tu che ne pensi? Riesci a mangiare della buona pasta anche oltre i nostri confini?

All’estero si viaggia per tentativi. Domani certamente mangeremo ottimi primi piatti all’estero. Ma in Italia mangeremo ancora meglio che altrove. Ne faccio un discorso produttivo: oggi sono moltissime le aziende che producono pasta in Italia. E questo comporta una consapevolezza maggiore, un livellamento del prodotto verso l’alto. E questo produce un effetto importantissimo: far mangiare un prodotto migliore nelle case prima che nei ristoranti.

 

Entriamo nel discorso distribuzione. Cosa ne pensi della GDO e di realtà come Eataly?

(Mi guarda dritto in viso con uno sguardo particolarmente brillante. Prima di rispondere si versa un bicchiere d’acqua che non beve. NDR)

La distribuzione è un fenomeno straordinario. E complesso. Direi che è anche specchio della situazione italiana in generale. Produttiva ed umana. Molti prodotti sono distribuiti ovunque. In Italia e all’estero. Eataly oggi è l’emblema della distribuzione del Made in Italy, non tanto in Italia, quanto all’estero. Noi si esporta il 70% del prodotto e la pasta è uno dei “brand” del Made in Italy più esportato in assoluto. Non è un caso che non si traduca il termine in molte altre lingue. Pasta è pasta, come pizza è pizza. Noi però si vende un prodotto, non un concetto, non un’emozione. Quello lo lasciamo fare agli chef. Eataly, ma non solo, sono ottimi metodi di fare sistema in modo più virtuoso rispetto al passato. Senza nulla togliere a Little Italy, ad esempio.

 

Pastificio Felicetti, la natura, il Bio…

(Beve l’acqua che si era versato. Ed esordisce con un sorriso luminoso. NDR)

Il bollino di garanzia! (ride) Ormai si collezionano. Sta diventando come la macchia d’olio sulla divisa di un meccanico. Come i loghi degli sponsor tecnici di piloti professionisti. Sono cose relativamente importanti i bollini, i certificati, gli attestati. Personalmente la faccio molto più semplice: l’importante è fare le cose bene. E l’unico modo per farle è quello di rispettare. Le persone, la natura e gli animali. Per la nostra azienda la conversione al BIO è stato un processo naturale. Nel 1995, nel primo anno buono per farlo – cioè quando avevamo risorse economiche sufficienti – abbiamo investito tutto quello che avevamo a disposizione per questo cambiamento. Felicetti è immerso tra le montagne, siede in mezzo alla natura. Questa la nostra scelta: da realtà avulsa ed ospite in quel territorio, a parte integrante della stessa. Noi, con altri, siamo stati la guida per molti altri colleghi di altri settori ad intraprendere questo cambiamento che è doveroso. Se si vuole produrre per altri decenni si deve rispettare la natura, l’acqua e l’aria. E per farlo dobbiamo dar retta ai nostri collaboratori che con amore coltivano la terra da generazioni. E’ dal 1111 d.C. (anno di costituzione della Magnifica Comunità di Fiemme, NDR) che la Val di Fiemme è una democrazia praticamente totale. E come tale continua a comportarsi. E produrre in modo Biologico era la naturale conseguenza degli accordi di quasi mille anni fa. Ovvio, poi, che per attuare a livello strutturale e materiale le coltivazioni Biologiche servono soldi, sforzi, sacrifici e qualche anno per vedere i risultati. Ma, ripeto, la scelta è stata per noi, e per tutta la Valle, naturale. Nel rispetto delle scelte dei nostri padri 1000 anni fa, nel rispetto di ciò che faranno i nostri nipoti tra 1000 anni.

 

Riccardo, dai un consiglio ai giovani che oggi cercano di fare impresa in Italia…

La prima risposta di qualche mio amico e collega sarebbe: andare all’estero. Ma personalmente non condivido questo punto di vista. O meglio: all’estero potrebbe essere più facile. Ma non è così. Dobbiamo dimostrare alle nuove generazioni che stando in Italia è possibile fare tutto, nel rispetto della legge, della burocrazia e delle varie lungaggini che incontriamo tutti i giorni sui nostri passi. Anche perchè vivere in Italia è straordinario oggi. Figuriamoci domani quando le cose andranno meglio…

 

In questo il Trentino è una delle zone più semplici da gestire…

Probabilmente sì. Il Trentino, per natura e per regole, aiuta a fare impresa. A coinvolgere professionalità. A crescere. A vivere bene la vita. Ad avere una linearità etica da “casa e bottega”, cosa che rende ancora più facile fare impresa ed essere solidali con la terra, con i tuoi concittadini e con tutta la meravigliosa natura che ci circonda.

 

Chi è Riccardo Felicetti?

Innanzi tutto uno sportivo, come quasi tutti i trentini. Uno che ha provato ad entrare in Polizia con successo e che poi ne è uscito per occuparsi delle “cose di casa”. Uno che ha conosciuto, ad esempio, Carlo Cracco al concorso per accedere al Corpo, molto prima di incontrarlo di nuovo dietro ai fornelli. Un papà di due figli. Un marito. Un amante della musica e del pianoforte. Di Bach, De Gregori, Dalla. E del già citato Jovanotti. Un amante dell’Italia e dell’ottimismo. E il figlio di un grande uomo e di una grande donna che hanno avuto la pazienza di crescere tutta la famiglia con ideali e valori di grande importanza.

 

Cosa ne pensa dello stato della cultura italiana?

Che non condivido affatto i nuovi metodi di apprendimento. Non è utile o necessario sovraccaricarsi di informazioni che si possono reperire in ogni momento. Credo si sia smarrito il corretto processo di apprendimento. Non esistono più competenze solide, tutto è degenerato in approssimazioni liquide quanto prive di sostanza…

 

Riccardo, in conclusione, qualche consiglio ai ragazzi che ci leggono

Raccontate null’altro che il vero. Esprimete in modo genuino chi siete. Non siate figli degli stereotipi che per troppo tempo hanno diviso in modo inutile la società in fazioni. Siate contemporanei. Comprendete i vostri coetanei e selezionate corretti modelli da tenere ad esempio. Abbiate grande passione. Approfondite le cose ed innovate. Ricordandovi che la tradizione è un’innovazione ben riuscita.

Imparate dagli altri, state in silenzio e comprendete. Poi tornate da voi stessi e aggiornatevi per essere ancora più efficaci nel mondo che vi circonda.

 

Da questo momento in poi la conversazione è divenuta un insieme divertente di aneddoti, racconti e frasi che solo il redattore e i pochi presenti conserveranno nella propria memoria. Nulla di particolare ci mancherebbe. Ma è bello riscoprire la bellezza di un’intervista quando non si cerca in nessun modo di generare scandalo.  

 

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Monograno Felicetti

Via L. Felicetti, 9

38037 Predazzo (TN)

 

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