La Maremmana e la storia di Guido. Quando l'ecocompatibilità è efficienza

La Maremmana e la storia di Guido. Quando l’ecocompatibilità è efficienza

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Il modo migliore per essere contemporanei – probabilmente – è quello di informarsi, studiare, lavorare, se possibile viaggiare e lavorare all’estero per imparare ad osservare e a crescere con tanti metodi di lavoro differenti. Guido Pallini, così come fortunatamente altri nostri coetanei, ha deciso di tornare in Italia e mettere al servizio della propria azienda agricola le sue esperienze, la sua passione e il suo know how accresciuto in differenti aree del mondo. 

Scambiamo con lui qualche battuta sulla sua storia, la sua azienda La Maremmana, il mercato globale, le nuove tecnologie e la necessità di conversione etica e di stampo ambientale delle aziende odierne.

Ciao Guido. Innanzi tutto raccontaci un po’ di te. Di come da Londra e dal mondo delle banche sei arrivato in Maremma.

Il mio percorso di studi è stato indirizzato da sempre verso l’economia. Dopo il percorso riferito alla finanza di impresa, con il sogno un giorno di lavorare nella City, ho iniziato ad interessarmi, almeno sporadicamente, alla azienda storica della mia famiglia e all’agricoltura in generale. La nostra tradizione agricola inizia tra il 1700 e il 1800. La prima esperienza che ha unito i miei studi e la tradizione familiare è stato uno studio come volontario in Colombia con la FAO: in questo periodo ho lavorato su un progetto di adattamento al cambio climatico da parte delle popolazioni autoctone. Successivamente, con contratto con una importante banca giapponese, sono riuscito a realizzare il sogno di lavorare nella City, lavorando nell’ambito della divisione “mercati finanziari” della banca. Dopo qualche tempo ho deciso di tornare in Maremma per sviluppare al meglio l’azienda di famiglia. Londra era stimolante ma il mio lavoro mi sembrava limitato. Seguire le operazioni finanziarie per conto terzi non era quello che volevo fare. Ed era anche un po’ ripetitivo…

Quando sono entrato la nostra azienda produceva principalmente cereali, allevava bufale e vendeva latte a numerosi caseifici campani. Ma questo modello di agricoltura per noi non era più sostenibile. Per i cereali l’impatto della globalizzazione economica e il conseguente abbassamento dei prezzi sul mercato non faceva generare il flusso economico desiderato. Quasi tutte le aziende cerealicole italiane, soprattutto a causa delle piccole dimensioni aziendali e dei costi della burocrazia, si sono trovate in un momento di stallo: i prezzi del mercato da locali sono divenuti globali. E per molti, noi compresi, era impossibile essere concorrenziali sul mercato.

Il latte di bufala invece era un mercato di assoluta nicchia, con il prezzo del latte più o meno costante ma con un progressivo aumento dei costi di produzione e di tassazione. Eravamo ormai destinati alla chiusura. Da lì a breve.

L’opportunità poteva essere trasformare il nostro latte, molto ricercato da alcuni caseifici, in formaggio e divenire quindi anche trasformatori del nostro prodotto. Anni di selezione genetica dei capi allevati e meticolosa attenzione all’alimentazione delle bufale avevano infatti reso il nostro prodotto di prima qualità. Nel 2012 abbiamo dunque iniziato il processo di conversione aziendale. Grazie a consulenti di alta professionalità e dipendenti specializzati abbiamo imparato in fretta ad elaborare il nostro latte.

Contemporaneamente abbiamo deciso di realizzare un impianto di biogas che, in sostanza, digerisce materiali – nel nostro caso letame e scarti non utilizzati per l’alimentazione delle bufale – e produce gas che serve a noi per produrre elettricità. Inoltre questo impianto è oggi anche alimentato dalla nostra produzione cerealicola che, invece di essere venduta sul mercato, riesce ad essere più produttiva per noi nel darci energia elettrica. Ad oggi quindi siamo un’azienda a ciclo completo – produciamo, alleviamo, trasformiamo e produciamo energia rinnovabile – e totalmente autosufficiente.

Raccontaci i tuoi prodotti illustrandoci anche brevemente il ciclo produttivo di ognuno di essi

Abbiamo un’ottima mozzarella di bufala ma con lo stesso latte abbiamo iniziato a realizzare anche prodotti stagionati come camembeart, taleggio e roquefort che non sono proprio tipicamente a base di latte di bufala. Questi prodotti sono stati accolti benissimo soprattutto all’estero.

 

Ecocompatibilità e zero impatto ambientale: questa la vera sfida delle aziende giovani. Una necessità che parte da un sentimento di “nuovo rispetto” che da anni ha dato il via ad una piccola rivoluzione culturale. Come la tua azienda è attenta a questa tematica?

Come detto in precedenza il nostro impianto di biogas produce per noi energia elettrica tramite fonte rinnovabile. E oggi siamo in grado anche di vendere l’energia che produciamo, soprattutto dopo la scelta di utilizzare i nostri cereali per produrre energia al posto di venderli su mercati globali. Dal momento in cui abbiamo realizzato caseificio e biogas siamo cresciuti molto e oggi abbiamo più o meno trenta dipendenti e siamo in continua crescita.

Per noi l’ecocompatibilità è fondamentale. Il basso impatto ambientale è strettamente legata ad una migliore performance economica. E’ solitamente complicato essere ecocompatibili e anche “economici”. Soprattutto in momenti di difficoltà del mercato globale. Per noi il biogas è stato un punto di svolta. Un po’ perchè oggi siamo in grado di non avere sprechi di sorta e di essere totalmente autosufficienti. Inoltre il prodotto di risulta dell’impianto, il cosiddetto “digestato”, è un concime organico ancora più efficace del letame animale. Questo ci consente di non utilizzare fertilizzanti chimici. Questo processo aiuta la fertilità della terra dato che il digestato contiene azoto, fosforo e potassio, e non solo azoto che è il fertilizzante maggiormente utilizzato in agricoltura.

In ultimo noi utilizziamo una tecnica agricola che si chiama semina su sodo. Questa non richiede lavorazioni come aratura o morganatura per coltivare. Si semina diretto su campo, senza rivoltare la terra. Questo è fondamentale per l’impatto sulla natura. Infatti così si riducono i passaggi per coltivare una pianta: quindi meno emissioni di gas serra e consente il miglioramento della sostanza organica del terreno riducendo i fenomeni di erosione. Questo processo di semina su sodo è davvero incredibile: mantiene la produttività della terra, diminuisce i costi, ha impatto ambientale minore e aumenta il profitto globale dell’azienda agricola.

 

Acqua: un bene infinitamente prezioso per le aziende agricole italiane. In che modo la tua azienda riesce a ridurre gli sprechi?

Lavorando in un areale tendenzialmente siccitoso nei mesi estivi, per alcune culture siamo costretti ad usare l’irrigazione e da ormai molti anni abbiamo adottato il sistema “a goccia”, così da ridurre l’utilizzo d’acqua e andare a nutrire la pianta dove le serve di più. Stiamo inoltre installando nuovi macchinari nel caseificio per creare un ciclo chiuso per riutilizzare sempre la stessa acqua per il raffreddamento dei macchinari stessi.

Nuove tecnologie e metodi di produzione: un aiuto sostenibile o un vezzo eccessivamente costoso?

Bisogna fare sempre un’analisi precedente alla conversione. Solitamente le tecnologie avanzate, l’agricoltura di precisione, consentono sempre di diminuire in scala le spese per aumentare l’efficienza economica. Ovvio che, purtroppo, ad oggi non tutte le aziende hanno possibilità economiche per realizzare conversioni importanti. E’ proprio per questo che spesso quindi c’è necessità di consorziarsi.

 

Certificazioni Bio e il mercato del Biologico: cosa ne pensi? Sono utili ai fini di vendita le certificazioni di produzione biologica?

Non sono un’azienda certificata BIO. Export e vendite spesso sono comunque influenzate dalle certificazioni. A volte i clienti stranieri hanno proprio la discriminante del BIO per effettuare acquisti in Italia. Sicuramente però non credo che il biologico salverà l’agricoltura italiana o il mondo intero.

A livello imprenditoriale per essere certificati ci sono linee guida e limitazioni a metodi di produzione da seguire. Questi limiti a volte sono un po’ stringenti. E credo che spesso i controlli sul campo siano un po’ deficitari. Molte aziende sono realmente BIO. Altre, come capita, lo sono de jure ma non de facto. E sfruttano la moda per aumentare le vendite. Non nego che sull’argomento in generale sono un po’ scettico. Ma questo è solo un punto di vista personale.

 

Burocrazia italiana e impresa: in che modo un’azienda può sopravvivere ed essere pienamente “in regola”?

Siamo il paese dei furbi e quindi lo Stato ha regolamentato qualsiasi cosa per evitare evasione fiscale e strane manovre economiche. Queste regole sono spesso un ostacolo: tutta la burocrazia per l’azienda è un costo elevato, anche solo per rimanere all’interno delle regole stesse. La cosa particolare è che rispetto ai prodotti esteri, i prodotti autoctoni affrontano maggiori spese, dato che ci sono regole differenti tra aziende italiane ed estere. Molto del BIO ad esempio che troviamo sul mercato viene dall’estero, dove ci sono regole molto meno rigide. Bisogna tutelare il consumatore sempre: la tutela passa anche dall’informazione sulla provenienza e sulla qualità del prodotto.

Snellire l’apparato burocratico (evitare che gli stessi controlli siano effettuati da enti differenti, ad esempio) è però ad oggi una necessità che accomuna tutti i produttori italiani.

 

Export: è ad oggi un canale indispensabile per chi vuole fare impresa?

Oggi è un canale indispensabile. Impossibile oggi fare affidamento solo sul mercato italiano. Anche perché il Made in Italy è davvero efficace come brand al di fuori dei nostri confini.

 

“Brexit” e neo isolazionismo di Trump: cosa cambierà e cosa è già cambiato su questi mercati?

Gran Bretagna e Stati Uniti sono i mercati su cui la nostra azienda si è concentrata negli ultimi anni. Sono queste i due mercati che storicamente hanno mostrato più interesse per i nostri prodotti. Purtroppo sono due mercati che, per eventi geopolitici, sono a possibile rischio. Trump per oggi ha fatto tante chiacchiere e pochi fatti, fortunatamente. La Brexit invece è più preoccupante. Ma sono sicuro che l’inghilterra non può fare a meno del mercato europeo. Quindi sono ottimista: sono certo che si troverà un modo razionale per proseguire al meglio i rapporti commerciali già avviati da anni.

Associazionismo giovanile: qual è lo stato dell’arte della situazione italiana?

Personalmente faccio parte dei giovani di Confagricoltura (ANGA) e trovo che sia fondamentale per andare avanti, fare fronte comune e per formarsi al meglio su tutti gli argomenti che riguardano le aziende agricole. Il costante confronto ha permesso a tanti di noi di crescere in fretta come imprenditori e come uomini a tuttotondo.

L’ANGA fortunatamente sta crescendo bene e la direzione intrapresa è a mio giudizio quella giusta.

 

Lo Stato e le aziende: ti senti “protetto” dallo Stato? In breve la funzione di uno Stato sano è quella anche di garantire la crescita di aziende floride nei propri confini. Ad oggi senti che lo Stato ti sta aiutando a raggiungere l’obiettivo?

Lo Stato dovrebbe essere colui che fa le regole e le fa rispettare. E che quindi protegge le aziende e le fa prosperare. E uno Stato che non tutela dalla concorrenza sleale non fa efficacemente il suo lavoro. Credo molto nel mercato globale, ma soprattutto credo che le regole del mercato debbano essere uguali per tutti. La grandezza e la sindrome di gigantismo dell’apparato statale è una delle componenti per cui spesso alcuni funzionari pubblici devono giustificare con multe dubbie la loro presenza e il loro stipendio agli occhi del Pubblico impiego. Oggi non credo che lo Stato stia aiutando affatto le aziende nella crescita economica. Imposizioni, tasse su redditi e proprietà e cuneo fiscale rendono sempre più difficile dare lavoro ad altri. Vorrei pagare di più i singoli dipendenti piuttosto che pagare cifre assurde per i loro contributi.

 

 

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